Prepararsi al Viaggio in Giappone: montagna e ascesi

Pubblicato il 26 aprile 2026 alle ore 15:30

“L’esperienza di ascesi nella montagna sacra si configura innanzi tutto come un itinerario di morte (...). Vestito di bianco, che è il colore della purezza e della morte, lo yamabushi si incammina in solitudine verso la montagna (...). Creando intorno a sé un mondo simbolico, tutto mentale, l’asceta in pratica vive in un mondo al di là. E le tecniche della sua iniziazione estatica sono prove che implicano una lenta, graduale esperienza di morte. Deve vincere sofferenze e visioni d’angoscia per poter rinascere come uomo nuovo.

E così l’asceta prende a errare nell’intrico della foresta. In un primo tempo cammina senza sosta, come a caso; poi, lentamente, e non senza sofferenze, egli riesce ad accettare la nuova dimensione spaziale, e il maestro lo aiuta a riconoscere nella geografia del monte le molteplici sfaccettature dell’aldilà. Nell’aldilà il morto ha fame, ha sete, non può trovare riposo, e in un mondo d’ombra che non conosce rischia di smarrirsi. E così lo yamabushi riduce sempre più il mangiare e il bere, vive in solitudine nel buio delle grotte, è incurante delle intemperie, rinuncia al sonno per vegliare in meditazione. Il silenzio che si impone sottolinea bene la preoccupazione di rompere l’insieme delle relazioni, dei sistemi di significazione che costituiscono gli attributi essenziali dell’uomo in questo mondo. Ma anche, per lunghe ore, l’asceta percuote il tamburo con ritmi ossessivi; lancia urla, ripete nenie antiche di cui non capisce ancora bene il significato, come l’anima del morto che si confronta per la prima volta con suoni inarticolati, i sussurri angosciati, le caotiche dissonanze che sono le voci e le armonie dell’oltretomba.

Alla fine l’asceta riesce a controllare l’estasi, ha superato le prove, ha concluso il suo itinerario mistico. È riuscito a vivere nella morte, ad avventurarsi oltre i confini invalicabili della società e della sua stessa ragione. Non ha più paura, potrà ritornarvi in un viaggio estatico per accompagnare le anime dei morti. Ma l’asceta che ritorna da queste inaccessibili regioni della mente rimane un emarginato, perché porta con sé un potere sacro troppo utile e troppo pericoloso per coloro che sono rimasti nel villaggio, nel controllo di sé stessi e della società.” (Massimo Raveri, Religioni e Sacri Monti)